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31/01/18

Fovea Mundi

Keep giving bad people good ideas

La prima volta che hai scoperto di avere un ano, come ci sei rimasto? Non avere paura, siamo fra amici.
Lo sai, è un equivoco quello che distingue fra adulto e bambino. Pensavi di stare solo imparando, ed hai fatto i danni peggiori. Pensavi di avere imparato, e quanto ti sbagliavi.
Non avercela con me, parlo solo perché ti voglio bene. Non volevo che ti facessi male, e così non ti ho vaccinato adeguatamente. Poco ci mancava che ti ammazzassi da te con l'anestesia.
Funziona così. Non per tutti, però. Diciamocelo: sei tu, è proprio colpa tua. Hai fatto uno sbaglio, e questo capita. Ma a quello sbaglio sei stato fedele, e questa è la pessima fra le virtù, quella che si paga di più.
Ah, per me non fa differenza, io ci lavoro. Da quando eri poco più che un ragazzino ti sto dietro, e lo sai quanto ci siamo divertiti. L'errore non è mai solitario: c'è sempre quello che si ritrova in debito, e quello che un giorno riscuoterà il dovuto.
Finita la festa, ti tiravi il cappuccio sulla faccia e mi salutavi. Quasi scoppiavo a ridere, ogni volta. Cosa stavi pensando? Quelli come me li puoi chiamare, e spesso rispondono. Però non ce ne andiamo fino a quando non lo decidiamo, e sicuramente non fino a quando non avrai pagato tutto.
Certo, ad essere umani si potrebbe avere pena. Te ne stai lì steso sul divano, a sbavarti addosso, e potresti pensare di averlo pagato, il conto. Ma, ancora una volta, ti sbagli. Non ci sarà bisogno di dirtelo. Lo capirai da solo, quando aprirai gli occhi, e proverai ancora a sollevare lo sguardo. Io sarò lì, su quella sedia, ad aspettare, con un bel sorriso amorevole e un coltello.
Lo sai, questo, vero?
Sogni d'oro.

(tratto da Le lettere del diavolo a Julius Puech)

18/01/18

Omote

Prendere il fiato, piegarlo, riporlo, lasciare che scorra.

Riconoscere la vertigine kairotica, assorbirsi completamente, fino alla saturazione indescrivibile. Vomitare la vibrazione isterica. Spargere i frammenti residui, come segatura, dove l'eccedenza organica fa una pozza scura e rossa.

Non si arriva al margine senza un qualche tipo di profonda sofferenza. Non parlo per parlare, ma il parlare è infinito, e io parlo al singolare, ora. Ecco le mie parole: sono composte di lettere, e a leggerle l'aria vibra, fra i denti, aria inspirata ai fini della sopravvivenza, emessa ai fini del senso. Questa la vera lezione.

Eccoti lì seduta, e ignori che a poche dozzine di chilometri una bestia muore con un suono orribile. E ignori la vera natura della mente, eppure eccola, pienamente visibile, vorticare di sensazioni inosservate. Eccoti lì, seduta, completamente trasparente all'eternità, assolutamente incomprensibile altrimenti.

Ci facciamo? Anche la chimica è una questione di amore, no? Il vicolo e la camera e la lampada con lo smalto scheggiato e la mensola con sopra i libri, e il portaincenso, e un regalo impulsivo, tenace, sopavvissuto e dozzine di traslochi, mi ricorda che esistevi ed eri più di metà della mia realtà. E ora? E ora sei altrove, e non ti vedo, e l'odore della tua pelle non è più qui a scacciare i demoni.

Ci facciamo? Anche la letteratura è una questione di carne vibratile. E non c'è locuzione, giro di frase, che non ricordi la densità viva. E non c'è ritmo sordo che non vada avanti e indietro, cardiaco, sfinterico. Ecco il giro delle generazioni, ecco il giro dell'entropia autofaga, ecco l'incrociarsi delle serie: ama-fotti-nasci, ingoia-digerisci-caca, e il limite del corpo gonfio in putrefazione, il glorioso crepare dei tessuti che cacano se stessi in ogni direzione, nell'Ultimo Atto Amorevole.

Che cosa ci era successo? Avevamo perso la via. Ma la ritroveremo, no? E in fondo, non è sempre uno strano giro? Julius ha perso due dita, per sottrarsi alla trappola, ma poteva andare peggio. Si fa quello che si può. La coerenza del Sistema è una stupida ossessione paranoide. C'era da accorgersene assai prima. ma non ci serve, non ci serve e non ci è mai servito, un equilibrio prostetico, una nevrosi supponente.

Non ci è mai servito un maestro di buone maniere, una supposta di ottimismo, un rito di purificazione chimica, una seconda opinione, nonostante ogni vostro sforzo di rettifica, non ci sfugge la violenza del buon senso. Ma eravamo impreparati, e ormai anche quello è passato.

08/12/17

Esercizi di Eternità

"The art of progress is to keep intact the Eternal; yet to adopt an advance-guard, perhaps m some cases almost revolutionary, position in respect of such accidents as are subject to the empire of Time." A.C.

Immagina una donna o un uomo, desiderosa di conoscenza, ricca di ingegno, preparata alle avversità, dotata di molti trucchi e molte segrete conoscenze, profonda nella comprensione, determinata di fronte agli ostacoli, incurante del suo proprio valore, consapevole della realtà.

Immagina una trappola mortale, immagina una strada senza uscita, una guerra di cui si sia dimenticata l'origine. Immagina una follia paralizzante, immagina la sensazione del marciapiede contro la guancia, all'alba.

Immagina un gesto di gentilezza spontaneo, immagina una punizione giusta, immagina un insegnamento vero, immagina che ogni istante sia perso per sempre, irripetibile, morto appena dopo la sua comparsa. Immagina una mente completamente quieta, vuota di pensieri, priva di tracce, come un immenso lago immobile.

Immagina un silenzio troppo lungo, un caffé che si raffredda lentamente, il suono di risate registrate in una camera ardente, una lunga fila di denti scheggiati, scoperti per deridere la sconfitta di chi ha osato troppo.

Immagina una ritirata precipitosa, una scusa patetica. Immagina la realizzazione tardiva di una vocazione ormai irrealizzabile. Pronuncia le parole "non ti amo più". Immagina il sapore della carne umana.


17/06/17

Note sulla posizione del filosofo proletario

Avvertenza: in questa riflessione il termine "proletario" è usato per indicare colui che aliena la sua forza lavoro in cambio di un salario. Se il termine ti suscita brividi di disprezzo, lo sbuffo che si riserva ai ragionamenti fuori tempo, o significa molto più di quanto ho detto nella tua mitologia personale, forse sarebbe utile smettere di leggere adesso.
 
Scrivo in questa occasione a beneficio dei molti dottorandi in materie filosofiche (da non restringere indebitamente alla sola filosofia) che ho incontrato nel corso dell'ultimo anno e mezzo fra convegni e summer school, e in generale per gli assegnisti o quelli a contratto. 
Si tratta del tentativo di indagare da una prospettiva di classe la peculiare condizione dell’intellettuale contemporaneo non come deprecabile contingenza, ma come posizione strategica particolarmente sfavorevole dalla quale pensare, e nella quale esistere, e dunque interpretando la questione del come ciò sia ancora possibile.
 
Il dato di partenza, innegabile (anche se sarebbe un forte impulso negarlo) è quello del disorientamento, della confusione. Non uno di voi, di noi, sa bene cosa lo attende. Vi sono speranze e aspirazioni mal combinate, vi sono forti motivi interiori e pessime prospettive lavorative. Come evitare che collidano?

Cari amici, lo so che vi sentite confusi. E' normale. Siete proletari (quasi degli stagionali) che fanno un lavoro tradizionalmente borghese se non addirittura aristocratico, quello delle idee. Va ricordato a tal proposito che:
 
1) Ce lo fanno fare, e ci insegnano a farlo. questo lavoro delle idee, solo da quando è ormai tacitamente deciso che le idee sono obsolete rispetto alle immagini che si muovono, e soprattutto rispetto ai numeri.
 
2) gli effetti della divaricazione che si produce fra l'immagine-di-se aristocratica o quantomeno borghese e la condizione proletaria di vita sono molteplici, e possono plasmare la tua vita. 
 
Fra i più comuni:
 
- Il recupero di nozioni che definiscono la posizione paradossale o rivoluzionaria di un' aristocrazia proletaria (ad es. militanza comunista o subculturale)
 
-La celebrazione liturgica di uno stato di cose passato, e della figura di intellettuali morti che occupavano nella realtà la posizione che noi occupiamo solo nella nostra testa, nell'illusione di poter parlare, quantomeno come chiosatori, dal loro pulpito (che è crollato da tempo)
 
-L'odio per la gente, e la spocchia che ne è il corollario, che ci distanzia almeno emotivamente dai proletari che ci circondano.
 
-L'odio per le classi egemoni che occupano il posto che secondo noi sarebbe degli intellettuali come speciale settore aristocratico o quantomeno borghese, senza venire dal nostro cursus honorum: opinionisti, blogger, maestri di pensiero di varia provenienza. Non si tratta di un odio che si può mettere in campo, dell'animosità fra due avversari che si fronteggiano. E' l'odio degli abitanti di un paesino di passaggio obbligato che si ritrova bypassato da una vasta autostrada ricca di centri commerciali. Una condizione spirituale miserevole che avrei voglia di chiamare "nichilismo logistico".
 
Queste formazioni stanno come sempre fra il sintomo e il palliativo, ma non costituiscono una soluzione o una possibile traiettoria fuori dall'empasse. Sono utili ad inquadrare il problema, nella sua struttura di doppio vincolo stritolante, ma possono solo sottolinearlo. 
Non ci interessa in questa sede l’aspetto della sofferenza psicologica, ma l’impossibilità che sta alla sua base: ovvero la frizione fra un modo di pensare il proprio posto nel mondo estranea all’orizzonte del proletariato e della condizione proletaria. 
Si potrebbe anche dire: la frizione fra il bisogno di pensare il proprio posto nel mondo e la forma di vita del proletariato, la cui caratteristica cardine è l’alienazione, e quindi nasce nel momento in cui il proprio posto nel mondo è accettato perché si possa vivere, e metterlo in discussione significa metterlo a rischio.
 
Il problema centrale a questo riguardo riguarda l'individuo: il soggetto che pensa. Finché saremo convinti che sia il soggetto a pensare, l'individuo sarà chiamato in causa. 
Ma l'individuo non è una categoria del proletariato: il proletario in quanto venditore della propria forza lavoro, si riduce ad essa, come quantità misurabile e intercambiabile. ("Sai quanti ne trovo, per fare il tuo lavoro") Di contro, il filosofo, nella nostra mitologia, appare insostituibile. 
Del filosofo, dopo la sua scomparsa, non resta il mero lavoro, solidificato in generazioni di anonimo sudore - come quello che ha costruito la Salaria, o eretto le piramidi, o riempito le nostre città di macchina. Del filosofo resta il nome, quintessenza del soggetto, associato ad una serie di idee, prese di posizione, ragionamenti e opinioni che ne esprimono la libera attività intellettuale. 
La rinuncia alla libertà, nell’ottica della costruzione di un metodo collettivo, ad esempio, trasforma spesso un filosofo in qualcos’altro. 
 Già Schopenhauer se la rideva delle accademie per questa natura di domesticazione del pensiero, sulla base del fatto che esso ha senso e motivo solo là dove resta libero delle pastoie.
 
La funzione del filosofo sembra dipendere da una certo statuto autonomo e alieno, che gli permette di interrogare l'ordine sociale in quanto tale in forza di una soggettività slegata. Se ne ritrovano i simulacri e gli altarini nel "cogito". Il filosofo è colui che ha la forza di slegarsi da tutti i preconcetti, i pregiudizi e le convenzioni che gli impediscono di considerare un problema da capo e radicalmente. Egli non autorizza alcuna argomentazione in base al prestigio sociale che essa ha accumulato, vuole riprenderla in mano "di persona".
Benché possa sembrare obsoleta, è ancora questa immagine pseudomitica che ossessiona chi, attraverso lo studio dei testi, incontra e gioisce della conoscenza di molte figure simili: Spinoza, Bruno, Marx, Cartesio, Platone...
 
Cosa farà dunque il filosofo proletario? Dovrà rassegnarsi ad incarnare un ossimoro? La soluzione più facile, che potrebbe suggerire qualunque umano non coinvolto dal problema, è quella di abbandonare il campo. La filosofia non è morta già troppe volte? Si direbbe una per ogni filosofo. Ce n’è ancora bisogno? La posizione filosofica non è più compatibile con la realtà, non c’è più cicuta da bere, né pritaneo, solo ufficetti e convegnucci e convegnoni e aperitivi e presentazioni di libri nelle quali ci si svaga, ci si innamora, ci si diverte ma solo rarissimamente si ha la sensazione di fare filosofia (e poi, non sarà solo una sensazione, un’autosuggestione?).
Non commenteremo questo facile disfattismo: diciamo chiaramente che in questo caso non vi inviterò a mettervi in salvo dalla filosofia, né in tono sornione, né in tono serio. Questo è il consiglio che danno gran parte dei professori di una certa generazione, e segna fino a che punto il loro attaccamento a un certo stile o forma di vita aristocratica abbia cancellato ogni traccia della loro lealtà alla filosofia come disciplina, o all'istituzione che li mantiene.
Per quanto ci riguarda, facciamo finta che concordiate con me: che si resta con la filosofia fino alla fine, anche quando i padri vanno uccisi e le mitologie rovesciate, non si rinuncerà a pensare, e a pretendere da se stessi le risorse per continuare a farlo. Ma torniamo al nostro discorso.
 
Il filosofo proletario forse cercherà di sfruttare a suo vantaggio una rinnovata linea pubblico-privato: sarà meno individuo mentre si guadagna da vivere - magari attraverso un programma di ricerca ben pesato e misurato, che lo include come "forza lavoro cognitiva" in un corpo di intellettuali direzionabili, che si fanno dettare i problemi dai bandi europei? - e di contro sempre più individuo, sempre più ostentatamente e cinicamente "contro" nella vita privata, nelle espressioni informali, nel pensiero privato, nella militanza politica? (si noti come in questo senso i filosofi usano la militanza politica come autoterapia, e anche come è il fatto relativamente nuovo che la filosofia sia un “lavoro” a motivare tale divisione pubblico-privato. Gli antichi avrebbero messo la filosofia integralmente nell’otium, l’idea del filosofo stipendiato dallo stato avrebbe avuto presso di loro un che di ridicolo.) 
Oppure il filosofo proletario cercherà di decostruire la sua posizione come soggetto critico, facendosi collettore e connettore di un flusso di codice piuttosto che "testa pensante"? A questa seconda linea appartiene chi in Italia e all'estero (e sono tantissimi, più o meno seriamente) si aggrega spontaneamente in gruppi di ricerca, collettivi e nuclei di pensiero disinteressati. 
 
Non sono nuovi salotti, nuove sfilate, nuove avanguardie, nuove carbonerie. Sono il modo normale in cui i filosofi proletarizzari reagiscono adeguandosi alla propria situazione, facendo funzionare l’unico aspetto che essa offre di efficacia: la prospettiva di un lavoro collettivo. L'unica speranza di trasformare la dura lezione della scomparsa degli intellettuali nella ricomparsa dell'intelletto.
 
Nel deserto della realtà, un romantico potrebbe anche scorgere la soglia di un cambiamento attraverso il quale i filosofi saranno finalmente all'altezza di sviluppare un pensiero che non gli appartiene, dal quale non riscuotono dividendi, ma che scuote dal fondo il torbido intruglio dell'incultura generalizzata e del marketing politico/istituzionale.
 
A patto che non gli salti in testa di fare carriera, ecco. I proletari non fanno mai carriera.

13/06/17

Bioritmi/Demonologia

-Siamo d'accordo. A patto che tu dica "Inconscio" al posto di "Dio".

Taglio corto. Dopotutto, sono ore che discutiamo. Ma il mio interlocutore non mi ascolta: Dio gli parla costantemente attraverso la sua testa.
Probabilmente è uno schizofrenico non diagnosticato. Ma poi qual'è la differenza fra un'idea bislacca e una malattia mentale? Mi dice che i rettiliani controllano la terra attraverso la telepatia e i sacrifici umani. Gli dico che la borghesia invade e capitalizza sulla semiosfera, e penetra l'inconscio collettivo.
Nella notte, annuiamo come se ci fossimo capiti.
Siamo così diversi, in fondo?
Importa qualcosa?


Parliamo intorno a un tavolo sgangherato, i gomiti sul piano in plastica verde sul quale una pozzanghera di birra rovesciata si asciuga diventando sempre meno liquida, sempre più appiccicosa.

Un altro racconta: "una volta, quando ero in galera, uno ha provato a farmisi nella doccia. Ma io avevo una lametta nell'accappatoio, e girandomi gli ho aperto il cazzo in due. Poi mentre cadeva gli ho preso a calci la testa, e gli sono saltato sul petto." Ha una luce negli occhi, mentre lo dice.
Sorride. "Hai paura di me?" Chiede.
Rispondo onestamente: "No".

Non ho paura. Sono triste, ecco. Io con la mia paccottiglia da intellettuale, e le storie, e le dame i cavalier le armi gli amori, e la dialettica materialista, e la costruzione della situazione, e la sovversione generalizzata, e l'estetica post-punk, e il masochismo implicito.
In giro alle tre di notte.
E le vite rigate dalla sventura.


Una ragazza bellissima si avvicina a un ragazzo con i rasta. Lui porta una maglietta aderente, che rileva pettorali aitanti. E' uno silenzioso, se ne sta in circolo con quattro amici e non parla molto.
Lei, scortata da una amica, tenta un approccio. "Come hai questi muscoli? Scali montagne"?
"No, indovina"
"..."
"Gioco a ping pong".
Lei perde interesse immediatamente. Gli amici di lui lo prenderanno in giro per quaranta minuti. Lei è nota, serve al bancone in una pizzeria, e lì dietro è sempre sembrata perfetta e irragiungibile. Lui ora è rosso e suda di imbarazzo, oltre che di caldo.
Lei si piega, a dimostrare l'abilità nel toccarsi i piedi, poi si aggiusta platealmente il reggiseno, mettendo in mostra diversi centimetri quadrati di pelle proibita.
L'amica la porta via quasi di peso.
"Ma era sbronza! L'occasione perfetta!" Commenta uno. "Potevi giocartela meglio."
"Ha una buona amica" commenta uno.
La vediamo andare a casa con un avventore storico del locale, le scarpe in mano.
I ragazzi commentano i suoi piedini, si danno di gomito.
(Esorcismo? Rassicurazione?)
Penso al tempo, al bisogno di sentirsi amati, amabili, alla fame di carne e sangue. Alla necessità di scomparire per essere liberi. All'assenza di potere, al consegnarsi armi e bagagli al nemico dai begli occhi.
Nessuno di questi pensieri è adatto ad affiorare.
 Di che gioco stanno parlando?
Penso al cazzo tagliato in due, alla galera.
La stessa cosa? Un'altra?
Chi vince? Chi è vinto? (Si vince solo per perdersi?)
Cosa importa?
La luce dei lampioni non tramonta.
Non c'è orizzonte oltre le facciate dei palazzi.
(L'alba ci coglierà come uno sporco segreto.)



Non c'è tempo alle quattro di notte per pensare a mezza tinta.
Le questioni si risolvono d'un colpo.
Euforia o depressione.
Il tempo sedimenta e sublima.
L'oscillazione è dolce e profonda, quasi inavvertibile, sulla superficie ingombra di pensieri leggeri.
Come quando nella notte suona l'allarme antincendio, e tutti gli ospiti dell'hotel si ritrovano nella hall in pigiama.
Occhi cisposi, sguardi allarmati, o scocciati, o divertiti.
Così il cervello, rimescolato, produce incroci imprevedibili e umilianti.

Ai margini di una festa da ballo, guardo fisso il groviglio dei corpi, imbarazzati alcuni, impacciati, divertiti. Nello sguardo fisso si liquefaggono, fluiscono gli uni negli altri. Dopo qualche minuto, mi è del tutto impossibile considerarli umani.
"Sarebbe bello avere una personalità tutta intera. Il pensiero odia il corpo, il corpo detesta il pensiero. Il pensiero sogna un buco per uscire dal corpo, il corpo sogna uno sfintere per eiettare il pensiero."
Ma no, ma no. Fate la pace.
La danza è un atto di seduzione verso il proprio corpo, dice Gesù.
Mi muovo a tempo nella musica di un'altra notte, qualunque essa sia.
Tiro scemi i Loa, che si sporgono a guardare.
Eccomi, eccomi. E poi non più.
(Torno corpo fragile, ginocchia dolenti. Torcicollo. Tosse dai bronchi.
Respiro una boccata di fumo, la soffio nell'aria.)
E' tutto qui? E gli altri come fanno?


Non ti fa ridere, l'idea di un filosofo in questo secolo? Di certo fa ridere molti.
La risata è uno sfogo, l'eliminazione sbuffante di una tensione contraddittoria.
L'alternativa alla risata, è il sangue, se la tensione cresce.
(Chi sa far ridere, sa far ringhiare.)
Abitare un paradosso implica essere ridicoli oppure tremendi. Come i matti.
Più pratico abitare quei paradossi mutilati che si chiamano menzogne, e affrontare la verità quando verrà a bussare con l'insistenza di una notifica di sfratto.
"Dai, ancora con la verità? La verità è morta!"

(La sfilata dei matti si snoda lungo le strade. I discorsi sono tutti fuori luogo, e così i corpi. Un'oasi temporanea, psicotica.)
Pace della mente. Mi confesso a una giovane psicologa junghiana appena incontrata. Parlo del me stesso di otto anni.
Non controllo che mi stia ascoltando. Mi basta la calda sensazione di appartenenza lieve, che sempre marciare insieme mi ha dato.

L'idea! Si fotta l'idea!
Le idee dei matti danzano.
Ma i piedi.
I piedi marciano, marciano.
Dovresti avere paura dei piedi, non delle idee.


Di nuovo notte. Adrenalina e odore di botte nell'aria. "Quei quattro hanno rubato lo zaino di Dutch!"
Quando i ragazzi si fronteggiano, petto contro petto, cosa hanno da perdere?
Virilità? Rispetto di se?
I ladri sono sempre dei codardi prepotenti. La loro vanità non è nel dolore, ma nella gratuità.
La questione non è astratta ma rituale.
Si tratta di fargliela pagare.
La danza della scimmia, dritto dal sostrato mammifero.
Nessuno si fa male, alla fine.
Ognuno è soddisfatto quando si sente pericoloso.




(Solo chi non ha alcuna paura può evitare lo scontro.
Ma abbiamo tutti paura.
Dunque cerchiamo lo scontro.)

Come si può sconfiggere la paura? Battendosi.
La metafora è tortuosa, nasconde una trappola.
Paura della paura, lotta contro la lotta. Diffida dei sistemi ricorsivi, che ti condannano a un corpo frattale, all'incorporeo, alla schizofrenia.

Di cosa hai paura? Perché combatti?
Non potrò abbracciarti per sempre, e non intendo diventare uno strumento nella guerra contro te stesso/a.
Cosa ci resta? Non c'è gran che spazio per interazioni a parte questo.

Alle quattro, passo cadenzato e testa alta, vado a casa.
Le strade sono sgombre, l'aria tiepida.
L'alba ci coglie sempre come uno sporco segreto.

29/05/17

incarico statale

Non trovi alcuna risposta se non conosci la domanda.
Se la guerra è contro la realtà nel suo insieme, esistenza implica autodistruzione.
Questa è la radice della schizofrenia.
Che però, secondo qualcuno, potrebbe anche finire per liberare.
E anche allora: che razza di liberazione, quella che separa il cervello dal resto del corpo.

Perché poi combattere la realtà?
All'inizio per paura.
Poi perché l'esaltazione di poterlo fare.
Ci pensi? Combattere la realtà.
Tutta intera.

Che buffo, l'essere umano visto da qui.
Ci si può permettere di provare una certa tenerezza, persino.
Ti incontro per strada e mi sforzo di non muovere i muscoli della faccia
Di non gridare un fragoroso "buon giorno!"
L'unico modo per non spaventarti è fingere di avere anche io paura di te
Oppure è un perverso gioco, in cui a turno ci usiamo false premure?

Non c'è modo, vero?
Certi aggeggi sono ausili allo sviluppo di patologie funzionali
Impara a vivere nel mondo
Impara a non stare bene mai più.
Poi, quando dirai che tutto è a posto
Saprò che hai dimenticato completamente la domanda.

E allora, da capo.

Certi errori sono tanto antichi da non poter essere chiamati errori.
Allora li chiamiamo maledizioni
e li tramandiamo
fino ad espiarli.

02/05/17

Un esempio e alcune considerazioni filosofiche

La cosa bella dell'essere molto gentili con amici ed estranei è che quando qualcuno ti sta sul cazzo basta non fare nulla, e gli altri lo capiscono uguale.

Avrete certo notato che i salamelecchi insinceri sono tipici di quegli ambienti in cui un attacco diretto ha un costo sociale altissimo. In genere, i posti più civili (accademia, salotto alto borghese, gay comunity, circoli del cucito, corte signorile rinascimentale) sono quelli che regolano al rialzo le interazioni comuni, e regolano i contrasti in trasparenza. 
I posti in cui si danno spesso conflitti espliciti (esercito, banda di adolescenti, collettivo politico, luogo di lavoro) sono invece quelli in cui un'amicizia può nascere e svilupparsi in silenzio. Nell'uno e nell'altro ambito il linguaggio ha economia differente: significa "pace e concordia" nel primo caso, "presa di posizione" nel secondo, e ciò a prescindere dal "che cosa" viene detto. Una espressione di lode, in un contesto in cui le lodi rimangono inespresse, conta già come critica. E viceversa.

Ciò genera infiniti fraintendimenti: chi appartiene al primo tipo troverà barbarica l'esplicita litigiosità del secondo, e non vedrà la silenziosa intesa che la sottende. Chi appartiene al secondo, troverà falsa la pletora di complimenti del primo e assente il coraggio del confronto diretto. Tutto ciò per dire che un silenzio sta in rapporto organico con le parole che lo circondano, e a volte obbedisce a logiche affatto eterogenee. I fraintendimenti non sono mai casuali: essi denunciano l'adesione a precisi repertori comunicativi, e sono dunque per se sempre leggibili ad un livello più alto.

Di per se, niente ha significato, se non sullo sfondo di qualcos'altro,  o a partire da un tappeto d'invarianza. La domanda "che cos'è normale" non ha una risposta definitiva, ma non esiste un messaggio interpretabile a prescindere da una risposta qualunque. Ecco perché in assenza di una normalità globale è necessario stabilire piccole normalità locali. A loro volta, il giudizio relativo a tali normalità locali sarà rimandato di un livello, eccetera.
Una posizione pragmatica riguardo al linguaggio suggerirà di interpretare le forme linguistiche come atteggiamenti umani, forme di vita coevolutesi con le situazioni concrete che abitano:
nel nostro caso, il costo sociale del conflitto, o dell'espressione aperta di ammirazione.

In definitiva: il modo in cui parlo dice la verità su di me, più di quanto io pensi. E più parlo, più le linee fondamentali vengono a galla. Una pura banalità, a dire il vero, ma che rivela il fondamentale rovesciamento nel modo in cui parliamo dell'inconscio:
ciò di cui non sono cosciente è più fuori che dentro. Così il mio naso è in piena evidenza, ma solo per il mio interlocutore, così ciò che faccio sempre, la mia norma comportamentale, mi è trasparente quanto è leggibile per altri.


Per questo motivo, non vi è reale empatia - comprensione dei rapporti comunicativi che si instaurano con gli altri - senza la capacità di interpretare la realtà secondo molteplici linee di demarcazione figura-sfondo. Il taglio può essere effettuato in molti modi, e ognuno ha a sua volta senso in relazione alla forma di vita.
Di questa capacità non si può rendere conto compiutamente dentro il linguaggio: tutt'al più si potrebbe farlo in un metalinguaggio sufficientemente complesso. A quello in teoria servirebbe la filosofia.

Chi non fosse in grado di eseguire tale esercizio - o fosse in grado di eseguirlo "entro certi limiti" - porrebbe gli stessi limiti alla propria capacità di comprendere l'altrui prospettiva, e di conseguenza l'altrui forma di vita.

Dichiarare che un linguaggio non ha senso corrisponde a dire, più o meno coscientemente, che la corrispondente forma di vita è incompatibile con la propria e va distrutta.

Non esiste il linguaggio senza vita, e probabilmente viceversa.
L'esistenza di vita non umana implica l'esistenza di linguaggio non umano.
L'esistenza di linguaggio non umano implica l'esistenza di vita non umana.

L'aspirazione della filosofia è trascendere il linguaggio, dunque la vita e l'umano.